silvia brazzale – ac-cogliere/pro-tendere – 30 aprile


DESCRIZIONE la pratica performativa qui presentata è tesa verso l’incorporazione, la sedimentazione e la proiezione di quei gesti esperiti da un corpo che si fa attraversare da ciò che lo abita “internamente” e da ciò che gli sta attorno. Così facendo, noi, come corpo pensante, ci nutriamo delle geometrie che edificano lo spazio in cui stiamo, ma simultaneamente, incorporando le stesse, le modifichiamo. Dunque, tale poetica di movimento si prefigge di mostrare come de-costruire ciò che già ci definisce in uno specifico modo (rispetto all’altro da noi) possa edificare incessantemente sia nuove costruzioni che nuove de-costruzioni dell’appena costruito.

BIO Silvia Brazzale inizia gli studi di danza contemporanea con Lucy Briaschi per poi proseguirli con altr3 coreograf3-performer del panorama internazionale. La sua ricerca di movimento si nutre di nuovi stimoli anche a seguito della partecipazione ad alcuni progetti performativi e al conseguimento della laurea in Antropologia, religioni e civiltà orientali all’Università di Bologna.

APPROFONDIMENTI POST-WORKSHOP: la mia ricerca di movimento è attualmente tesa verso l’incorporazione, la sedimentazione e la proiezione di quei gesti esperiti da un corpo che si fa attraversare da ciò che lo abita “internamente” (se così si possono chiamare le memorie e le sovrastrutture che già lo abitano) e da ciò che gli sta attorno (ed è “pronto” così a divenire performatività corporea). Così facendo, noi, come corpo pensante, ci nutriamo delle strutture che edificano lo spazio in cui ci troviamo a vivere, ma simultaneamente, incorporando le stesse, le modifichiamo. La loro nuova proiezione verso ciò che solitamente consideriamo l’esterno da noi è colma di innovazione, di novità, tale da modificare, anche se per una parte infinitesimale, lo stesso universo che abitiamo. Vorrei che il mio corpo si facesse manifesto di quanto appena descritto: mi piacerebbe ac-cogliesse e pro-tendesse fino a con-fondersi con “l’esterno da noi”. I gesti sono portavoce di un retroscena ormai sedimentato in noi, ma credo siano per di più motore di cambiamento, di de-costruzione del già conosciuto-costruito. Tale pratica performativa si prefigge di mostrare come de-costruire ciò che già ci definisce in un tal modo rispetto all’altro da noi possa edificare incessantemente sia nuove costruzioni che nuove de-costruzioni dell’appena costruito. Dunque, il corpo, in questo studio, cerca di manifestarsi tanto nel suo tratto conservatore quanto in quello rivoluzionario.

Tale progetto è in continuo divenire. L’idea che mi sta portando a sperimentare una simile costruzione (e de-costruzione) della pratica performativa appena descritta si nutre continuamente di nuove suggestioni. Le fonti teoriche da cui attinge e attraverso cui si costituisce la performance si ri-fanno, come già anticipato, a quanto affrontato nel mio progetto di tesi in Antropologia, religioni, civiltà orientali all’Università di Bologna. (A) Le riflessioni performative sono nate, ad esempio, a partire dal progetto pittorico-gestuale di Henri Michaux, pittore e poeta belga. L’artista parla di come un segno scritto appartenente a un determinato sistema di scrittura racchiuda-dischiuda delle specifiche routine gestuali. Ripetendo tali tracce, e dunque gli schemi corporei a loro connessi, viene a crearsi un vocabolario del gesto che fa emergere il cosiddetto “neologismo insignificante”. Quest’ultimo, portando il gesto ai margini della sua capacità di significare, si presenta non tanto come movimento associato ad un significato culturalmente orientato, ma come abilità di movimento. È la dis-articolazione e non la precisazione di un segno scritto di un significato culturale che rende il gesto performativo. Non siamo però di fronte all’annientamento del figurativo, ma ci troviamo dinanzi ad una sua de-costruzione: esso viene letto qui nei termini di “a field of possibilities” (Carrie Noland, 2009).

(B) Nella performance ho cercato inoltre di introiettare ed esperire il concetto di “corpo vivo”. L’antropologo britannico Tim Ingold lo spiega (a mio parere molto efficacemente) con un’immagine scultorea. Opera d’infestazione (Moore ricoperto di cozze) è una scultura infestata di molluschi che mostra come anche un corpo scolpito sul marmo possa subire delle modificazioni (si veda ad esempio l’usura dovuta al tempo o, in questo caso, l’infestazione di molluschi sull’opera dovuta alla sua collocazione per circa un anno sui fondali del lago Ontario, a Toronto). Si parla dunque di un corpo quale sito d’infestazione, di un organismo che si adatta ai condizionamenti “esterni”.

I pensatori Thomas Csordas e Jacques Derrida sono stati invece d’ispirazione per mettere in pratica il paradigma dell’incorporazione. Durante il vostro workshop, mi sono stati consigliati alcuni testi di J. Derrida che parlano di cosa significhi per tale autore “incorporare”. Ho trovato numerose corrispondenze con quanto descritto dall’antropologo T. Csordas, pensatore-guida dell’analisi compiuta per il progetto di tesi e che ho avuto modo d’incontrare (virtualmente), in quest’ultima settimana, durante una videoconferenza organizzata in occasione del Festival dell’Antropologia a Bologna. Queste sono alcune delle suggestioni che muovono il mio corpo durante l’attuazione della pratica sulla e attraverso la quale cerco di co-costruire continuamente delle narrazioni dall’assetto mutevole. Alcune immagini mi aiutano poi a offrire la continuità narrativa cercata: ad esempio il grembo materno, il passaggio di mondi reali e/o immaginari etc.

artisti

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